Arte Fiera 2010
aprile 15, 2010 by Aelle Robbiani
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Arte Fiera 2010 è all’ingresso il più organizzato circo mediatico di opere d’arte delle ultime edizioni. Al contrario della maggior parte dei suoi colleghi fieristici infatti, Arte Fiera si è allargata dalle precedenti edizioni. Mantenendo la struttura a tre settori che l’ha contraddistinta nelle edizioni degli ultimi anni, ha allargato lo spazio dedicato ai tre, dando più spazio a ciascuno. Le opere d’arte vanno dalla prima alla quarta dimensione, coinvolgendo lo spettatore in ognuna di esse, attirando l’attenzione e a volte addirittura scioccandolo. Aggirarsi per Arte Fiera 2010 in una domenica pomeriggio assomiglia molto ad una di quelle immersioni nel mondo culturale che fa sembrare chiunque ci si tuffi più intelligente e acculturato di prima. L’enorme massa di opere ammucchiate all’interno dei padiglioni fieristici, divisi in precisi e asettici box, invade gli occhi del visitatore alla prima entrata.
Arte Fiera 2010 ha però inizialmente una grande sfortuna: la città innevata di fresco dalla notte prima, ora illuminata da dal Sole, è infinitamente più affascinante di qualsiasi motorino sciolto a forma di lumaca (opera sicuramente importante e caratteristica, che potrete trovare in qualsiasi altro articolo sulla rassegna bolognese) l’energia che traspira da fuori supera i muri ed entra in ogni persona.
Nonostante questa forte concorrenza, la bellezza non manca. Una delle opere che ci ha colpito di più è costantemente visitata in questo giorno: Olio su tela per ridipingere foto dall’interno di un’auto sotto la pioggia. L’artista ha spostato l’interesse dal panorama all’acqua stessa, come se ciò che cade dal cielo diventasse, o semplicemente sia, più importante di ciò che è a terra.
Abbiamo inoltre fatto alcune domande a David March, autore del gigantesco orso a tre dimensioni realizzato con grucce di ferro intrecciate tra loro fino a formare l’immenso mammifero. L’artista, che realizza opere da più di vent’anni, voleva con quest’opera affrontare con humor il concetto del consumismo della natura e della trasformazione della stessa in risorsa, non più quindi solo bellezza ma prodotto di commercio.
Siano essi artisti under trenta o professionisti affermati, gli espositori si sono impegnati a fondo nel promuovere la loro opera, tutti sanno bene infatti, quanti soldi girino qui. Arte Fiera diventa sempre più grande ogni anno grazie infatti soprattutto al mercato delle opere. Milioni di euro passano da qui, fluiscono dalle mani di importanti e oculati investitori che sanno dove andare a colpire: investire i proprio soldi in qualcosa che sperano sia lontano dalla crisi e impossibile da svalutare. Nonostante le loro speranze comunque, la forte crisi economica non ha risparmiato nemmeno il settore dell’Arte Moderna, che spera nel prossimo anno di rilanciare la propria fama.
Tutti ad Arte Fiera si sono dati da fare per questo fine, dalle lunghe capigliature sparate verso l’alto ai vestiti da clown tutti si sono concentrati nell’attirare l’attenzione verso il proprio padiglione. Anche se questo a volte trasforma la fiera in una sottospecie del manicomio dell’Esercito delle 12 scimmie, lo spettacolo, per chi sa bene guardare, è assicurato.
Le persone ad Arte Fiera 2010 sono infatti parte stessa dell’evento fieristico. La loro presenza non può passare inosservata, non semplici spettatori o espositori, ma veri attori protagonisti della fiera. La concentrazione di baschi ad esempio (cappelli, non persone di provenienza basca) è altissima, il solo indumento sembra contraddistinguere il fatto di essere interessato all’arte o di fare parte dell’arte. Alcuni hanno addirittura spinto a tal punto il loro vestito da essere quasi più interessanti loro di alcune opere appese ai muri.
In tutti i suoi aspetti Arte Fiera resta così uno dei più interessanti eventi dell’inverso bolognese, la serie di iniziative ad essa correlate, l’intera città in festa piena di artisti più o meno dotati, rende la rassegna degna di essere vista da chiunque. Il piacere della vista è assicurato, reso possibile da tutto ciò che di meglio si è prodotto nell’ultimo anno.
Barca Films – Il montaggio è ritmo
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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Il ritmo è una cadenza, un’andatura, una pulsazione. E’ il suono di un tamburo lontano, quasi impercettibile, che guida la nostra azione imprimendogli una “misura”, una maggiore o minore allegria, un maggiore o minore controllo. Il ritmo è una ripetizione ostinata, una vibrazione che sentiamo nella pelle e nelle ossa più di quanto non la si possa ascoltare con le orecchie. Il ritmo è un flusso ininterrotto, un’energia nascosta che sostiene ciò che è visibile.
Il ritmo è ordine e simmetria. Il ritmo però può essere sincopato: può interrompersi in una improvvisa impuntatura, per poi distendersi nuovamente nella sua continuità. Il ritmo è musica. La BARCA FILMS è un’azienda che si occupa di produzioni video a 360 gradi. Non siamo specializzati in nessun settore in particolare. Diffidiamo delle “specializzazioni”, fanno troppo rima con: “faccio sempre la stessa cosa e mi standardizzo nella forma e nello stile”. Siamo nati con la rivoluzione digitale, e del digitale in tutte le sue forme e straordinari e repentini mutamenti facciamo la nostra filosofia. Offriamo al cliente un prodotto tecnicamente di qualità come tanti altri produttori video probabilmente riescono a fornire, ma è nell’idea vincente che cerchiamo sempre di giocare il nostro jolly.
Non rincorriamo tecniche innovative od effetti speciali all’ultimo grido, ma cerchiamo di comunicare il messaggio in modo spesso sottile ma affilato. Vogliamo che i nostri filmati vengano apprezzati alla prima visione, ma ci concentriamo oltremodo nelle visioni successive quando lo spettatore lentamente comincia ad apprezzare piccoli ma decisivi particolari …la perfetta alleanza fra i sensi della vista e dell’udito…” che lo fanno innamorare. Crediamo ciecamente nella rete come mezzo insostituibile per lanciare messaggi al mondo, per comunicare al quel mondo che attraverso un computer socializza, si forma e si informa, viaggia, compra e vende.
A questo proposito siamo sempre alla ricerca di nuove opportunità di distribuzione dei nostri filmati, per conto dei nostri clienti, cavalcando il rapido invecchiamento dei nuovi sistemi. Crediamo nella perfetta alleanza fra i sensi della vista e dell’udito per mandare segnali perfettamente bilanciati al cervello. Crediamo nella capacità di emozionare, perchè le emozioni solo la sola cosa che rimane. Crediamo nel montaggio come mezzo per ottenere tutto questo. Conosciamo i nostri limiti, ma non ci crediamo.
GIOVANNI FRENDA – Comunicare on line
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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C’era una volta un bel paese. Quando uscivi da casa la gente ti salutava, ti chiedeva come stavi o come stavano i tuoi figli.
La sera, invece di guardare la televisione, tutti preferivano uscire per incontrarsi in piazza. Una bella piazza con un albero secolare nel centro. Lì si parlava e sparlava, si rideva, nascevano amicizie e amori, si litigava anche, ma la cosa bella, era che non ti sentivi mai solo! Quando ti sedevi sulle panchine del parco c’era sempre qualcuno che si sedeva a chiacchierare li con te. Oggi in quella piazza non ci sono più i bimbi che corrono, i ragazzi che si conoscono e che s’innamorano, le persone anziane che si fanno compagnia e che giocano a carte.
Oggi quella piazza non è più pedonale, ma ci sono tante auto parcheggiate ad occuparla. L’albero è stato abbattuto per far posto ad una rotonda. Le madri non mandano più i ragazzini nella piazza, considerata pericolosa: troppe auto e troppe persone che non si conoscono. Anche i giovani non si incontrano più nella piazza e gli anziani preferiscono passare le giornate in casa, guardando e sognando di vivere le cose che la tv gli fa vedere.
Ho iniziato questo mio intervento con questa storia molto semplice per raccontare il bisogno degli uomini di socializzare, il bisogno di condividere le proprie esperienze, di conoscere e di scambiarsi informazioni, di parlare, di ridere, di piangere, in certi casi, sulla spalla di un amico. Molti amministratori pubblici, di molti paesi, sanno che c’è bisogno di luoghi dove socializzare. In Italia invece generalmente questo non è considerata una priorità nelle scelte politiche che riguardano il territorio.
Forse, in modo molto semplicistico, uno dei motivi del successo di molti social network è dato da questa necessità e dalla difficoltà di socializzare in modo reale.
Molti hanno imparato che ci si può incontrare anche senza avere una piazza fisica, hanno incominciato a capire e a conoscere che ci sono tantissime persone che avevano i loro stessi desideri, le loro stesse aspettative, che avevano il loro stesso bisogno di conoscersi, di parlarsi, di sentirsi parte di un gruppo, di una comunità e sono nate così le chat. Per anni tante persone si sono conosciute, si sono scritte, hanno condiviso i loro problemi, le loro passioni alcune si sono poi anche incontrate e magari sposate.
Mancava in questo caso però il senso di comunità, il senso di appartenenza, la condivisione di una passione ed ecco nascere delle vere e proprie comunità, spesso tematiche, dove la gente si incontrava per parlare delle proprie passioni, per condividerle, per conoscersi, per confrontarsi.
Piano piano sono nati tantissimi blog, dove ognuno ha la facoltà di esprimersi e di dare il proprio contributo, dibattiti sui libri, e recensioni degli stessi, commenti e discussioni.
A breve nascerà un altro social network che sarà on line nel giro di pochi giorni www.wiaggi.it Si tratta di un social network sui viaggi attraverso il quale ognuno potrà costruire il proprio viaggio posizionando su una cartina il proprio itinerario. Gli altri utenti potranno suggerire mete alternative, punti d’interesse, hotel, ristoranti , musei, discoteche, pub.Nei viaggi è molto importante l’esperienza di chi ha appena fatto lo stesso percorso e anche qui il senso di appartenenza, il piacere di condividere la propria esperienza, sarà la molla per cercare il successo di Wiaggi.
Ogni giorno nascono nuovi strumenti di comunicazione, e ognuno di essi con una propria peculiarità. Ne potrei fare un elenco infinito. Sarebbe bello tracciare un profilo delle persone che attivamente partecipano ai social network. Il bisogno principale è quello di comunicare in modo attivo, il piacere di essere al centro dell’attenzione, di non essere passivo come accade davanti alla televisione, di contribuire con la propria esperienza, con le proprie competenze, ma anche per il piacere di condividere la propria quotidianità, le proprie peculiarità, i propri successi.
Un valore importante è anche quello di sentirsi all’interno di una comunità, apprezzato e valorizzato, il bisogno sentirsi parte di un gruppo, di sentirsi accettato e valorizzato. Insomma, è un po’ un ritorno alla piazza, nel centro del paese, dove non ti sentivi mai solo dove in qualsiasi ora del giorno potevi parlare, confrontarti, scherzare, ridere o piangere, in compagnia di un amico.
Upstairs, Downstairs & Outside – Damiani Editore
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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fotografie di Jenny Gage e Tom Betterton.
Coppia nella vita privata e nel lavoro, grazie al loro stile inconfondibile e raffinato Jenny Gage e Tom Betterton si sono affermati negli ultimi anni come fotografi di moda, lavorando per le principali riviste del settore. In questo volume dalla grafica accuratissima si confrontano con un progetto personale: una ricerca sul nudo femminile che ha per protagoniste tre bellissime modelle, ritratte in diversi spazi della casa dei due artisti a Brooklyn, in un’atmosfera di soffuso erotismo.
Post Tsunami Art – Damiani Editore
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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Malesia, Indonesia, Filippine: i diciotto artisti presentati nel volume “Post Tsunami Art” (pubblicato in occasione dell’omonima mostra alla galleria Primo Marella di Milano la scorsa primavera) provengono da un’area, il Sud est asiatico, ancora poco esplorata dal mercato internazionale dell’arte contemporanea, ma ricca di interessanti sorprese. Gli artisti selezionati dalla curatrice Eleonora Battiston, con la collaborazione di critici e curatori locali, sono molto diversi fra loro per stile, linguaggio e riferimenti culturali: la pittura è decisamente prevalente, ma dalla fotografia all’installazione, passando per la scultura e la performance, quasi ogni medium artistico è rappresentato dalle oltre 150 opere raccolte nel volume. Ognuna delle tre sezioni in cui è suddiviso il libro è introdotta da un testo critico: Simon Soon presenta l’artista malese Yee I-Lann (sua l’opera in copertina), Rifky Effendy, curatore e creatore della prima Biennale di Bandung, introduce gli artisti indonesiani (Entang Wiharso, Agus Suwage, Haris Purnomo, Wayan Suja, Gede Mahendra Yasa, Ketut Moniarta, R. E Hartanto, Davy Linggar), il critico Ronaldo Achacoso quelli filippini (Ronald Ventura, Yasmin Sison, Geraldine Javier, Nona Garcia, Annie Cabigting, Wire Tuazon, Alfredo Esquillo, Lyra Garcellano, Emmanuel Santos). Di ciascun artista è poi riportata una breve biografia che ne contestualizza l’opera nel panorama politico e culturale del Paese di provenienza. Aprono il volume la prefazione di Primo Marella e un’introduzione di Eleonora Battiston.
POST TSUNAMI ART
A cura di Eleonora Battiston
Testi di
Ronaldo Achacoso, Eleonora Battiston, Rifky Effendy, Primo Marella, Simon Soon
Damiani editore
Contemporary African Art since 1980 – Damiani Editore
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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Gli anni Ottanta hanno segnato per i Paesi africani l’epoca della disillusione e della definitiva caduta delle utopie postcoloniali. Contemporary African Art parte da qui per tracciare un percorso che, arrivando fino ad oggi, individua nell’opera di oltre 200 artisti africani, pur diversissimi tra loro per stile, nazionalità, riferimenti culturali e mezzi espressivi utilizzati, un riferimento costante alla complessità politica e sociale del continente di origine, ormai inserito a pieno titolo nella rete ambivalente della globalizzazione. Il volume si divide in quattro parti: nella prima, teorica, viene definito in sette capitoli il concetto stesso di arte contemporanea africana, vengono analizzati i temi affrontati dagli artisti africani, nonché le principali tappe dell’affermazione di alcuni di essi sulla scena internazionale, a partire dalla celebre mostra “Les Magiciens de la Terre” al Centre Pompidou. La seconda parte, iconografica, a sua volta divisa in decenni (gli anni Ottanta, i Novanta e i Duemila), presenta le opere di oltre 200 artisti, molti dei quali già ampiamente celebrati dalle varie Biennali (tra gli altri, Ghada Amer, Yinka Shonibare, Willam Kentridge, Georges Adgéabo, Samuel Fosso, Chéri Samba, Marlene Dumas, Jane Alexander, Barthélemy Toguo).
Chiudono il volume una preziosa appendice in cui vengono spiegate più ampiamente alcune delle voci che ricorrono nella prima parte e un accurato apparato bibliografico ed analitico.
Okwui Enwezor, critico e curatore, è stato Dean of Academic Affairs al San Francisco Art Institute. Fondatore e direttore di Nka: Journal of Contemporary African Art, è attualmente curatore aggiunto all’International Centre of Photography di New York. Ha curato mostre negli Stati Uniti e in Europa, e ha diretto la seconda Biennale di Johannesburg (1997), Documenta 11 (2002) e la 7 Biennale di Gwangju (2008). Per la sua attività curatoriale e saggistica ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Frank Jewett Mather Award, il Peter Norton Curatorial Award e il Bard College Award.
Chika Okeke-Agulu è artista, storico dell’arte e curatore. E’ Assistant Professor di Storia dell’Arte all’Università di Princeton. Scrive regolarmente su Nka: Journal of Contemporary African Art e suoi saggi sono stati pubblicati in diverse riviste e volumi collettivi. Nel 1995 ha curato la sezione nigeriana della prima Biennale di Johannesburg, in seguito è stato co-curatore di diverse mostre di arte africana contemporanea e della quinta Biennale di Gwangju (2004). Ha collaborato a Documenta 11 in qualità di consulente accademico e coordinatore di Platform 4, uno dei simposi teorici che hanno preceduto l’esposizione. Come artista, ha esposto in oltre 35 mostre collettive e personali.
Contemporary African Art since 1980
Georges Adeagbo, Tayo Adenaike, Ghada Amer, Olu Amoda, Kader Attia, Luis Basto, Barry Bickle, Andries Botha, Candice Breitz, Claudia Cristovao
Autori: Okwui Enwezor e Chika Okeke-Agulu
Damiani Editore
Ara Gallant – Damiani Editore
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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IL LIBRO >> Tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta, Ara Gallant (1932-1990) ha rivoluzionato l’editoria di moda, prima come hair stylist e make up artist poi come fotografo, dalle pagine di riviste come Vogue, Interview, Playboy e Rolling Stones. Personaggio notissimo nel mondo della moda e tra gli attori di Hollywood, dopo la sua morte Gallant è stato però avvolto dall’oblio. La monografia curata da David Wills e pubblicata da Damiani restituisce ora per la prima volta un ritratto a tutto tondo di questa figura poliedrica e geniale, attraverso un’ampia selezione di immagini e le testimonianze di chi lo conobbe e lavorò con lui. Per anni stretto collaboratore di Richard Avedon – tanto che nell’ambiente ci si riferiva ai due come un’unica entità, “Aradon” – Gallant curò lo styling di molti suoi set fotografici, inventando pettinature visionarie sulle modelle più famose di quel periodo, come Twiggy e Veruschka: il libro raccoglie cinque scatti del maestro (tra cui un ritratto inedito di Anjelica Huston), che testimoniano questo straordinario sodalizio professionale e artistico. Nato nel Bronx come Ira Gallantz, ben presto cambiò il proprio nome in Ara Gallant considerandolo più esotico e adatto al suo personaggio. Giovanissimo, cominciò a lavorare come parrucchiere nel salone di famiglia nel Bronx, spostandosi poi da Bergdorf Goodman a Manhattan, dove divenne richiestissimo da attrici e modelle. A metà degli anni Sessanta iniziò a lavorare sui set fotografici di Vogue, diventando il primo hair-stylist ad essere pagato da una rivista di moda per le sue prestazioni professionali. Gallant collaborò così con i più grandi fotografi del suo tempo: oltre ad Avedon, Irving Penn e Bert Stern, fra gli altri. Il suo contributo più innovativo fu l’invenzione dei cosiddetti “flying hair”, un trucco che usò per la prima volta su Twiggy nel 1966 e che resta ancora oggi molto copiato: la tecnica base consisteva nel creare volume unendo diverse parrucche fissate su di un pezzo di cartone reso invisibile dai capelli stessi, che apparivano lunghissimi e fluttuanti. Piume, fiori, oggetti di varia natura, toupet lunghi anche un metro: idee ardite, mai viste (puntualmente documentate dalle immagini pubblicate nel volume) che lo resero famosissimo. Alla sua notorietà contribuivano il suo look total black, sempre completato da una giacca di pelle e da un cappello tempestato di spille e medagliette, e la sfrenata vita notturna che conduceva: veniva spesso fotografato mentre usciva all’ alba dallo Studio 54, la più famosa discoteca newyorchese dell’epoca, in compagnia delle sue amiche modelle e attrici. Nei primi anni Settanta, Gallant iniziò a scattare foto egli stesso, realizzando ritratti di celebrities per Interview, Vogue, Weekend e Rolling Stones, molti dei quali raccolti in questo volume. Tra i soggetti di questi scatti si riconoscono Warren Beatty, Marisa Berenson, Mick Jagger, Dustin Hoffmann, Anjelica Huston, Harvey Keitel, Jack Nicholson, Sissy Spacek, Arnold Schwartzenegger, e le modelle Veruschka, Gia Carangi, Pat Cleveland, Margaux Hemingway, Iman, Penelope Tree e Apollonia Von Ravenstein. A partire da alcuni di questi ritratti, Gallant realizzò anche una serie di bellissime copertine per Interview, anche queste raccolte nel libro. All’inizio degli anni Ottanta si trasferì a Los Angeles con l’intenzione di realizzare un film basato su una sua sceneggiatura, ambientata nel mondo delle modelle. Questo progetto non riuscì però a trovare un produttore, e in California Gallant iniziò ad avere seri problemi con le droghe. Dopo diversi tentativi falliti di disintossicarsi, si suicidò nel 1990. Oltre a documentare questa straordinaria avventura umana, artistica e professionale con quasi cento immagini, molte delle quali inedite, il volume contiene una commossa introduzione di Anjelica Huston, amica personale di Ara Gallant, e si chiude con un collage di testimonianze raccolte dal curatore David Wills tra gli amici di Ara: la stessa Huston, Viva, Lauren Hutton, Drew Barrymore, Polly Mellen (celebre stylist e fashion editor di Vogue America), i fotografi Steven Meisel e Bert Stern, Paul Morrissey, la stilista Diane Von Furstenberg, le modelle Pat Cleveland, Penelope Tree, Veruschka e Apollonia Von Ravenstein. IL CURATORE >> Di origine australiana, David Wills è un collezionista di fotografia, editor e curatore indipendente. Recentemente ha curato e prodotto una serie di mostre nate da immagini provenienti dal proprio vastissimo archivio: “Edie Sedgwick: Unseen Photographs of a Warhol Superstar”; “Murder, models, madness: photographs from the motion picture Blow-up”; “James Bond” e “Warhology”. Ha curato la pubblicazione “Bernard of Hollywood’s Ultimate Pin Up Book” (Taschen, 2000) ed è coautore della monografia “Veruschka” (Assouline, 2008). Vive a Los Angeles.
Ara Gallant
A cura di David Wills
Introduzione di Anjelica Huston
Testi di Polly Mellen, Veruschka, Diane Von Furstenberg,
Lauren Hutton, Paul Morrissey, Steven Meisel,
Drew Barrymore, Viva….
Damiani editore
The Art and Life of Chaz Bojorquez – Damiani Editore
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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IL LIBRO >> Damiani pubblica la prima monografia dedicata a Charles “Chaz” Bojorquez, artista di origine messicana che alla fine degli anni Sessanta ha iniziato a disegnare per le strade del suo quartiere a Los Angeles, seguendo la tradizione dei cholo graffiti, diffusa nelle zone abitate prevalentemente dai latinos. Ben presto Chaz Bojorquez trovò un suo stile autonomo, che ha influenzato intere generazioni di street artists, calligrafi e tatuatori. Il suo simbolo o “tag”, creato nel 1969, è un teschio stilizzato chiamato Senor Suerte (Signor Fortuna): ispirato al folclore messicano e in particolare al culto della Santa Morte, costituisce uno dei primi esempi di stencil art applicata alla strada ed è diventato in seguito un’immagine di protezione dalla morte per i membri delle gang. L’altro aspetto che caratterizza l’estetica di questo artista è la calligrafia: Bojorquez è stato infatti uno dei primi writers a elaborare dei particolari caratteri tipografici di difficile lettura ma di grande impatto estetico, creando una sintesi originale tra lo stile psichedelico, i font Fraktur e Old English e la calligrafia cinese. Bojorquez è uno dei primi artisti a essere passato con successo dalla strada alle gallerie: oggi alcune sue opere fanno parte della collezione permanente di alcuni musei americani, come il National Museum of American Art e l’Orange County Museum of Art, in quanto considerate espressioni della cultura dei latinos della California del Sud. Il volume è articolato in tre sezioni: la prima si apre con i testi introduttivi di Greg Escalante, François Chastanet e dei curatori, a cui segue un’intervista in cui Chaz Bojorquez ripercorre le tappe fondamentali della sua formazione artistica. La seconda parte è dedicata al disegno e all’opera in bianco e nero di Bojorquez, mentre l’ultima raccoglie la sua produzione pittorica. I curatori hanno inserito anche molte immagini fotografiche che documentano alcuni momenti cruciali della vita dell’artista.
I CURATORI >> Illustratore e visual designer, Marco Klefisch vive a Milano dove lavora come freelance. Tra i progetti recenti, oltre alla monografia su Chaz Bojorquez edita da Damiani, figurano il disegno della campagna internazionale del brand Carhartt e le illustrazioni per la rubrica Soft Focus su Vice magazine. Suoi lavori sono stati pubblicate su: Arkitip, Vice, The End, Blacknuss, XL di Repubblica, Superfly, Rugged, Graphotism, Dazed&Confused, La Repubblica, Urban, OHT, 36 Chambers/Drago Editore.
Titolare di WAG Milano, il primo negozio italiano e tra i primi in Europa ad occuparsi di streetwear e cultura Hip Hop, e co-fondatore di Tribe, il primo magazine in Italia inerente il Graffiti Writing, Alberto Scabbia ha creato l’etichetta discografica Skill To Deal Records, e da oltre vent’anni collabora alla realizzazione di eventi legati al mondo dell’arte e della musica underground.
THE ART AND LIFE OF CHAZ BOJORQUEZ
a cura di Marco Klefisch e Alberto Scabbia
Testi di François Chastanet, Greg Escalante, Marco Klefisch, Alberto Scabbia
Damiani editore
Future Film Festival 2010
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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Tra il 26 e il 31 Gennaio 2010 si è svolta a Bologna l’annuale rassegna cinematografica del Future Film Festival. La rassegna, svoltasi tra il teatro Duse e palazzo Re Enzo, ha nuovamente mostrato a tutti i visitatori le nuove avanguardie del cinema d’animazione e le nuove tecnologie applicate all’immagine. Da sempre incentrato sulla definizione e l’aggiornamento del nuovo immaginario cinematografico, il Future Film Festival ha proposto quest’anno un focus sulla stop motion e uno sulla motion graphics. Gli incontri nel centro di Bologna si sono alternati per tutti i giorni dell’evento mostrando moltissimi aspetti di tutti gli argomenti trattati nel festival, tra i quali lo sviluppo del 3d stereoscopico in Italia e nel mondo.
Oltre alle importanti conferenze e incontri sulle ultime tecnologie cinematografiche, il Future Film Festival ha mostrato al pubblico bolognese tutta una serie di nuovi cortometraggi, dei quali dieci si sono contesi il premio Platinum Grand Prize, vinto infine da “Panique au village” di di Stéphane Aubier e Vincent Patar per “aver creato un film fresco che è un’esplosione di energia creativa dal punto di vista visivo, drammaturgico e anche musicale.”
L’oltre centinaio di appuntamenti tra conferenze, incontri e seminari è stato accompagnato da un buon successo di pubblico, che ha seguito ardentemente ogni aspetto del festival e in particolar modo i molti cortometraggi proposti nella rassegna. I più votati dal pubblico sono stati “Fard” di David Alapont e Luis Briceno e “ The Man is the Only Bird that Carries his own Cage” di Claude Weiss. La giuria del festival composta dal fumettista Vittorio Giardino, dal giornalista Franco Giubilei e dal cartoonist e regista Matteo Stanzani ha assegnato il Premio della Giuria a “The light house Keeper” di David Francois, Rony Hotin, Heremie Moreau, Baptiste Rogron, Gaëlle Thierry, Maïlys Vallade e una menzione speciale a “De si pres” di Remi Durin.
Per quanto ci riguarda, abbiamo particolarmente apprezzato i film della sezione “Follie di Mezzanotte”, una sezione nata per ospitare al festival film fuori concorso curiosi ed estremi, che hanno variato dal demenziale all’horror e che sono stati tutti proiettati dopo il calar del Sole. Tra gli incontri invece, ci ha colpito l’intervento della Scuola Internazionale di Comics sul processo produttivo del cinema d’animazione, una interessante lezione sui software e i meccanismi usati dalle case di produzione per creare i lungometraggi animati. Ci siamo divertiti infine con il videogioco in 3d di Avatar, presentata a Palazzo Re Enzo e giocabile da tutti i visitatori: una vera e propria entrata in pieno stile nel mondo di James Cameron nei panni di un marine e di un “na’vi”, il quale permette di atterrare e visitare Pandora in tutta la sua bellezza con solo un PC e un paio di occhiali 3d particolari, sviluppati appositamente per il gioco.
Nonostante le difficoltà di organizzazione iniziali, il Future Film Festival si è svolto in magnifico modo, rimandando alla fine tutti gli appassionati all’anno prossimo per un’altra immersione nel magnifico mondo dell’animazione digitale cinematografica.
Google: Web Leviathan
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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Non è una novità che google sia il dominatore del mondo web degli ultimi 10 anni. Le medaglie sul suo petto sono innumerevoli: uscito dalle search engine wars come dominatore incontrastato della ricerca in rete, gestore della più vasta rete di promozione e marketing push e pull che esista con adwords e il suo gemello adsense, innovatore nei browser con il suo Chrome e nei servizi di cloud computing con gmail e altri servizi, sono solo le più luccicanti.
La novità di questi ultimi mesi è stato il lancio del gigante di Mountain view, in un nuovo mercato: la telefonia. Il nuovo telefono di ultima generazione, Nexus One, interamente di produzione google, disponibile inizialmente solo per i dipendenti google e reso visibile unicamente a pochi giornalisti, sembrava alle prime impressioni non una vera rivoluzione nel campo della telefonia, ma l’unico prodotto in grado di combattere ad armi pari l’iphone, il titano di apple. Questa sembrava stesse per avere inizio con il 2010, ma niente è successo. Dopo l’iniziale sbigottimento il Nexus One si è rivelato infatti essere ben al di sotto delle iniziali impressioni, come un mediocre telefono single touch prodotto in realtà da HTC. La novità quindi non sta nell’effettivo oggetto commercializzato da Google, ma nel come questo è commercializzato. Quello che infatti Google sta portando avanti non è uno strabiliante oggetto di mercato come fu l’iphone, ma è in realtà un modello di mercato, un’idea di business, Google vuole infatti entrare nel mercato del retail. Innovazione molto più sottile ma che sfruttando le sue già grandi forze potrebbe essere ancora più decisiva per lui. L’attacco di Google, non è infatti verso i produttori della telefonia e dell’itech come apple, ma verso i grandi distributori online come Amazon.
Google vuole forse creare una innovativa piattaforma per l’acquisto in rete? Date le sue capacità che gli vengono già dalla promozione di miriadi di imprese che si appoggiano a lui grazie ad Adwords e Adsense, le possibilità prima di trovare e dopo di acquistare prodotti via web potrebbero essere elevatissime, la facilità di acquisto verrebbe così aumentata unendo i milioni di utenti che utilizzano Google ogni giorno con i loro desideri di acquisto. Forse l’iphone non sarà quindi battuto nel prodotto dalla marca google, ma potrebbe essere costretto un giorno a passare direttamente da lui per incontrare i suoi acquirenti.






