Sale server diventano arte
settembre 24, 2010 by Aelle Robbiani
Filed under Art
Può una semplice sala server, normalmente utilizzata solo come un servizio, diventare arte? Può una massa di circuiti e impianti, di plastica e silicio, diventare qualcosa di più che freddo articolo per un business? Può riuscire a trasmettere emozioni e suscitare qualcosa dentro le persone?
Esistono imprese che hanno trasformato questa necessaria parte dell’impresa in una realtà comprovata di immagine. Nonostante il fatto sia naturalmente dovuto a motivi di marketing e di promozione personale, le idee sono talmente interessanti da meritare una menzione. Ad esempio la sala server della Bahnhof Datacenter che ospita i server di Wikiliaks, ha posizionato i propri server a Stoccolma, all’interno di un vecchio rifugio antiatomico costruito durante la seconda guerra mondiale. Le foto presenti sul sito di Bahnhof sono incredibili, le immagini ricordano ambientazioni alla 007 senza nulla togliere a chi vuole associarli a guerre stellari o affini.



Google dal canto suo, sempre e comunque presente, sta attualmente costruendo un nuovo data center in Finlandia. Dopo aver acquistato una vecchia fabbrica di carta, l’azienda di Mountain View ha iniziato i lavori che nella prossima primavera daranno vita a data center da 200 milioni di dollari, con due sale server da otto mila metri quadri ciascuna. L’accesso all’edificio sarà degno di un racconto cyber punk, gli ingressi saranno monitorati sia dal mare (il centro sorge sul mar baltico tra Helsinki e San Pietroburgo) che dalla terra e gli accessi ai server saranno permessi solo tramite un esame biometrico della retina. Oltre alle dimensioni uniche nel suo genere, unico sarà il raffreddamento (da sempre uno dei maggiori problemi per i data center), l’acqua marina, tramite pompe speciali, verrà usata direttamente per il raffreddamento dei server.

Altro caso decisamente unico, è stato quello del Barcellona Adsdaw, i quali costruttori, posizionando il mega computer “Marenostrum” uno dei più potenti computer al mondo, addirittura in un cattedrale, hanno dato un’impronta sacra all’installazione. Per precisione il sito scelto è la cappella di Torre Girona vicino alla città di Barcellona, i costruttori intendevano dare un’impronta unica alla sede per giustamente pubblicizzare con impatto l’evento del supercomputer.

L’immagine, che queste agenzie di data entry mostrano con queste installazioni, è talmente impatto da far risparmiare all’impresa investimenti in comunicazione e pubblicità. Questo tipo di risparmio si va quindi a sommare agli indubbi vantaggi prodotti dalle economia di scala delle gigantesche sale server. Quest’ultimo è probabilmente la vera causa della prima caratteristica notabile di queste sale: le dimensioni. Localizzando la maggior parte dei server in un solo luogo le economie di scala crescono e i costi sono minori rispetto alla gestione di maggiori sale server più piccole. La forza di queste installazioni uniche comunque, nonostante tutti i vantaggi tecnici che vengono elencati nella scelta della location, sta sicuramente in un’ottica di marketing. In un mondo in cui il bisogno di conservare dati e permettere che questi siano raggiungibili ovunque è soddisfatto da sempre più agenzie, il servizio offerto deve farsi notare sui concorrenti il più possibile.
STEAM – prove di pace dopo dieci anni di guerra in rete
settembre 1, 2010 by Aelle Robbiani
Filed under General

Quasi dieci anni sono passati dalla cancellazione di Napster, il primo software per peer to peer condannato per pirateria online, colui che veramente creò il concetto di diffusione di materiale via internet tra utenti, definito da alcuni libera diffusione d’idee, da altri pirateria online. Pirateria online quindi, da quasi dieci anni sentiamo questo termine alle televisioni e lo leggiamo sui giornali e in rete, siamo alla fine di questo decennio di battaglie, rivoluzioni e condanne tra i difensori del copyright e i fautori della libera diffusione tramite internet, cosa sta succedendo in questo periodo?
La situazione non si è sostanzialmente modificata, da una parte si continuano ad inventare nuove piattaforme e tecnologie per aggirare controlli e velocizzare il trasferimento dei file, dall’altra si continuano a chiudere server e portali uno dietro l’altro. Streaming, torrent, megaupload, sono tutte strategie che si alternano o si sommano una dopo l’altra per agevolare il download dei file.
Nel corso degli anni però, sono stati anche creati sistemi alternativi tra la repressione e la pura illegalità. La piattaforma STEAM, per esempio, creata dalla Valve, è uno dei più vitali portali online per lo scaricamento dei videogiochi in maniera legale. Dopo la registrazione di prassi, l’utente visualizza i giochi disponibili ed è libero di scaricare il gioco pagando il relativo prezzo. Dove sta la novità rispetto a tutte le altre piattaforme? Non come si scarica il prodotto ma piuttosto cosa succede dopo aver scaricato. Senza entrare troppo in dettagli tecnici, parte del gioco rimane sulla sui server di STEAM mentre una parte viene effettivamente scaricata sul Computer del giocatore, entrambe le parti servono per giocare, ed è qui che entra la novità. La comunicazione tra le due parti del gioco permette una costante giocabilità in rete che aumenta la longevità del gioco e lo mantiene sempre aggiornato e rinnovato. Inoltre grazie a tutto ciò, è possibile giocare su qualsiasi computer semplicemente effettuando il log in su STEAM.
La maggior parte dei tipi di giochi presenti su STEAM non sono di grande diffusione, titoli semplici e apprezzabili più brevemente rispetto ai grandi titoli che normalmente occupano gli scaffali dei negozi. L’introduzione degli “Achievements” particolari obiettivi che si raggiungono giocando, vengono comunicati direttamente a STEAM che gratifica il giocatore subito dopo con il relativo premio. Naturalmente sono presenti anche i titoli di grande diffusione con prezzi leggermente più bassi dei negozi, disponibili a tutti i giocatori che desiderano scaricarli legalmente.
Il prezzo medio per questi tipi di giochi è tra i 5 e gli 8 euro, i risultati stanno premiando questa scelta. La strada è ancora lunga per mettere d’accordo strenui difensori dei diritti di copyright e sostenitori del diritto alla libera diffusione, ma dopo quasi 10 anni di battaglie, qualcosa si sta facendo per mettere in pace le parti.
Dell’Iphone e di altre tentazioni
giugno 14, 2010 by Aelle Robbiani
Filed under Evidence, Fashion, Various

Dopo una vita passata attraverso cellulari al di sotto dei cinquanta Euro finalmente decisi di sperperare le mie finanze in qualcosa di veramente di moda. Era fatta, stavo per ficcarmi in un Apple le Store e consegnare il mio sudato denaro al sig Jobs, comprarmi un Iphone e farla finita con i desideri. Invece, il destino aveva per me una rivelazione all’orizzonte. La Cina e l’Oriente vennero a salvarmi dalla mia conversione e, con la loro voce tentatrice al sapore di tè verde mi mostrarono le loro bellezze.
Tutta questa frase zen per spiegare che venni a sapere dell’esistenza di un’identica copia Iphone in commercio di produzione cinese. Qualche settimana fa uscì sui maggiori quotidiani la notizia di un’impresa in Cina, la Foxconn International secondo l’agenzia Reuters, dove suicidi tra i dipendenti si ripetevano a un tasso inquietante. La notizia, per quanto importante e tragica essa fosse, non era la rivelazione che più mi colpì quanto l’indagine che nella stessa impresa, di giorno fossero prodotti componenti Iphone e di notte l’esatta copia del telefonino Apple. Non è certo una novità che per ogni nuovo prodotto introdotto nel mercato escano contemporaneamente circa tre copie dello stesso, la vera notizia è che, per una volta, questi prodotti siano quasi meglio dell’originale. Fu così che mi procurai una di queste copie, avevo così tutto ciò di cui avevo bisogno: un’eccellente telefono di ultima generazione, una bella mela di moda al mio fianco e i miei sudati soldi ancora in tasca.
A dirla tutta, questi prodotti contengono sia pro sia contro, i loro fattori migliori vanno dal fatto di contenere due sim invece che una sola, di leggere il linguaggio Java o di poter lavorare con sistemi Windows come altri palmari. Senza soffermarsi su ogni modello, i quali sono stati analizzati in migliori e più approfonditi articoli del mio, (http://www.ainu.it/telefonia/copie-iphone-telefoni-cellulari-cinesi-dual-sim/) questi prodotti offrono, oltre al risparmio di centinaia di euro di spesa le quali sarebbero semplicemente buttate in plusvalenze, la salvezza dalla dottrina di Steve Jobs. E’ questo, infatti, che mi ha sempre spaventato del mondo Apple: affiancarsi a questa nuova religione. Sto parlando di tutto ciò che riguarda Apple. Dagli amici che parlano di quanto migliore affidabile bello funzionale di moda sia, dai telegiornali che seguono in diretta streaming le conferenze di Jobs, quelli che appiccicano il logo Apple sul retro della macchina o che sognano di andare a New York per infilarsi nell’Apple Store della Quinta Strada. Spaventa e allo stesso affascina un uomo che sia riuscito a trasportare nel terzo millennio un’impresa dall’essere nicchia a diventare un gioiello della moda.
I modelli cinesi sono qui quindi per salvarci anche dalla prossima in uscita in Italia dell’Iphone 4g? Non credo, i modelli Apple saranno, almeno nei prossimi anni, sicuramente vincenti sul mercato della telefonia, nonostante i loro prezzi esorbitanti. L’effetto moda è qui quello da sconfiggere, non si tratta più di prodotto tecnico, tecnologico forse, ma sicuramente non tecnico. I prodotti copia, almeno quelli che hanno abbastanza caratteristiche migliori di quelle dell’Iphone originale, saranno apprezzati solo dagli utenti con maggiori capacità tecniche o meno possibilità di spesa. Da un recente studio nasce come la maggior parte di chi possiede un iphone, utilizzi solo una percentuale delle capacità del telefono (http://www.broadbandreports.com/shownews/Rogers-95-of-iPhone-Users-Use-Less-Than-500MB-Per-Month-97411), non è certo la pistola fumante per accusare l’Iphone di essere solo un oggetto di moda, ma è sicuramente una prova incriminante.
Music Italy Show 2010
maggio 27, 2010 by Aelle Robbiani
Filed under Events, Evidence, Music

Abbiamo deciso di visitare e presentarvi un reportage presso il Music Italy Show, la fiera nazionale dedicata allo strumento musicale, svoltasi a Bologna dal 15 al 17 Maggio. Abbiamo visitato i suoi stand cercato di cogliere la sua vera essenza: realtà economica e culturale da una parte, sogno e spettacolo dall’altra. Dopo l’ingresso a Music Italy ci si ritrova già immersi in un mare di suoni e musica. L’impatto è notevole. Ogni stand ha il suo personale musicista come prova e test per ogni strumento presente. Una massa indistinta di note dà il benvenuto al visitatore, con il suo mix di musica e tamburi. Lo stand delle batterie Ludwig saluta dall’alto chiunque entri con le sue batterie allucinogene mentre uno sciame di appassionati, metallari, professionisti del suono e musicisti più o meno famosi non vi lascia nemmeno il tempo di apprezzare il distinto bassista che suona nel suo palchetto rialzato.
Bene, tempo di girare e farsi un’idea di questa prima edizione del “Salone italiano dedicato a strumenti ed edizioni musicali”. So già dove andare: stand Dean e lo spettacolo delle chitarre Dime. Impossibile provarle, nemmeno il tesserino stampa permette di toccare questi capolavori. Nonostante gli appassionati spesso e giustamente si rifugino verso strumenti più vintage schifando questi colori, non riesco a non apprezzare la bellezza del design unico e le grafiche che la casa americana ha usato. Ok, lasciamo stare, verso lo stand Ibanez e il Mogar Rock Cafè. I ragazzi dell’Ibanez sanno come attirare gente in questo posto. Hanno costruito l’unica cosa a cui un appassionato di musica non può resistere: un bar. Lo stand dell’Ibanez è un vero e proprio locale al chiuso con tanto di soffitto. Le pareti sono tappezzate di tutti gli articoli della casa di produzione: chitarre, bassi amplificatori, cinghie, molta pelle di serpente e prezzi esorbitanti. Il resto dello spazio è occupato dal palco e dal bar. Qui sanno trattare bene i giornalisti: birra gratis e poche domande. L’ambiente è scuro e i suoni sono alti, ma non si ha mai la sensazione di un’atmosfera pesante. Qui si è sempre molto rilassati e l’impressione è di essere nel proprio locale preferito ad ascoltare un personaggio sconosciuto godendosi la sua musica. Dopo un po’ però fuori, riattraversiamo la porta di casa Ibanez per vedere un po’ di batteristi in azione. Il primo che incontro in una delle finte sale prove ricreate dalla Ludwig ha capacità, il nome scritto controvoglia nella lista delle esibizioni è illeggibile, ma le sue facce mi resteranno in mente per parecchio tempo, contorce il suo volto insieme alle pelli della batteria, sembra crederci, ma è un po’ troppo pesante stare ad ascoltare una batteria senza nessun accompagnamento melodico. Saliamo quindi le scale ed entriamo in quello che la modesta Fender ha deciso di portare al Music Italy: un museo di opere d’arte moderna sulla sua storia. Artisti di diverso calibro hanno ricreato opere di vario genere ispirandosi alle chitarre della casa americana. Così qui si alternano quadri con l’immancabile Jimi Henrix, statue con panda giganti truccati come i Kiss e video riadattati sulla canzone “Do the Evolution” dei Pearl Jam. Menzione particolare di 2ndDesign va però all’opera del musicista Bugo: una semplice sedia con appoggiato il giornale Porta Portese ed evidenziato un annuncio di vendita, in mezzo al caos, di una Fender Stratocaster nera.
La scala mobile mi riporta lentamente verso il piano terra della fiera, accompagnato da fumetti di Bob Kane proiettati sulle pareti, del quale ignoro il significato ma apprezzo il tratto, ammiro il padiglione in tutta la sua grandezza, chiedendomi quanto denaro possa valere tutta quella massa di strumenti accumulati. Da drogato di musica so bene quanto possano valere buoni strumenti e quei pochi che mi sono potuto permettere, non mi sono mai bastati. La massa di gente che scivola sotto di me in questo sabato pomeriggio è la prova di non essere sono solo in questa mia dipendenza. Il 2009 è stato l’anno della crisi, è vero, ma il mercato degli strumenti è cresciuto in un anno di più dell’ 1% (Fonte: Music Italy Press), in completa controtendenza con quasi tutti gli altri mercati. Più di un milione di italiani ha acquistato uno strumento musicale nuovo nel 2009. Queste persone si sono indebitate, hanno rinunciato alle vacanze e hanno fatto incazzare fidanzate e parenti per comprarsi il proprio strumento con il quale divertirsi, lavorare o anche solo sognare. E’ nella forza del sogno infatti, che nasce questa fiera. Music Italy Show non è soltanto un evento, è una raccolta di sognatori, una specie di convention di fantascienza per nerd con solo più borchie. Questo luogo è pieno di persone comuni che sognano di essere Dimebag Darrel o Elvis, personaggi anacronistici che non riescono ad accantonare i propri sogni di ribalta. Questo è l’ultimo scampolo della prima MTV generation, una massa di adolescenti che non riescono a dimenticare i primi 20 – 30 anni della loro vita e che ci stanno attaccati come cozze, spesso succhiando soldi a genitori di adolescenti che soffriranno spesso della stessa malattia. Non fraintendetemi con il cinismo però, ci sono anche professionisti seri qui, la massa di musicisti sui palchi è infatti troppo grande perché siano tutti truffatori. Oltre ai tre principali palchi di Music Italy Show ogni stand ha il suo palchetto di prova. Menzione particolare va al Palco del Centro Servizi, l’acustica era talmente buona da risultare pari a quella di una palestra degli anni 70, amianto nei tetti fortunatamente escluso.
La gita a Music Italy Show però non può durare più di tanto, in fondo, si tratta solo di tre padiglioni di cui uno è quasi occupato interamente da pianoforti e un altro dal torneo di Guitar Hero. Interessanti giusto per uno sguardo, non di più. Un solo padiglione e qualche palco live sono le uniche vere attrazioni dell’evento, entrambi comunque molto interessanti e che valgono di gran lunga la visita. La loro overdose di possibilità di spesa così lontane dalle capacità medie di una persona tuttavia non fa altro che diminuire la resistenza dello stare qui dentro. Il prezzo medio per alcune di queste chitarre qui sfiora i 5000 dollari, e stiamo parlando solo di strumenti nuovi, i vintage non hanno praticamente tetto di costo. Dopo un po’ bisogna andarsene e lasciare che questi oggetti continuino solo a fare sognare.
Arte Fiera 2010
aprile 15, 2010 by Aelle Robbiani
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Arte Fiera 2010 è all’ingresso il più organizzato circo mediatico di opere d’arte delle ultime edizioni. Al contrario della maggior parte dei suoi colleghi fieristici infatti, Arte Fiera si è allargata dalle precedenti edizioni. Mantenendo la struttura a tre settori che l’ha contraddistinta nelle edizioni degli ultimi anni, ha allargato lo spazio dedicato ai tre, dando più spazio a ciascuno. Le opere d’arte vanno dalla prima alla quarta dimensione, coinvolgendo lo spettatore in ognuna di esse, attirando l’attenzione e a volte addirittura scioccandolo. Aggirarsi per Arte Fiera 2010 in una domenica pomeriggio assomiglia molto ad una di quelle immersioni nel mondo culturale che fa sembrare chiunque ci si tuffi più intelligente e acculturato di prima. L’enorme massa di opere ammucchiate all’interno dei padiglioni fieristici, divisi in precisi e asettici box, invade gli occhi del visitatore alla prima entrata.
Arte Fiera 2010 ha però inizialmente una grande sfortuna: la città innevata di fresco dalla notte prima, ora illuminata da dal Sole, è infinitamente più affascinante di qualsiasi motorino sciolto a forma di lumaca (opera sicuramente importante e caratteristica, che potrete trovare in qualsiasi altro articolo sulla rassegna bolognese) l’energia che traspira da fuori supera i muri ed entra in ogni persona.
Nonostante questa forte concorrenza, la bellezza non manca. Una delle opere che ci ha colpito di più è costantemente visitata in questo giorno: Olio su tela per ridipingere foto dall’interno di un’auto sotto la pioggia. L’artista ha spostato l’interesse dal panorama all’acqua stessa, come se ciò che cade dal cielo diventasse, o semplicemente sia, più importante di ciò che è a terra.
Abbiamo inoltre fatto alcune domande a David March, autore del gigantesco orso a tre dimensioni realizzato con grucce di ferro intrecciate tra loro fino a formare l’immenso mammifero. L’artista, che realizza opere da più di vent’anni, voleva con quest’opera affrontare con humor il concetto del consumismo della natura e della trasformazione della stessa in risorsa, non più quindi solo bellezza ma prodotto di commercio.
Siano essi artisti under trenta o professionisti affermati, gli espositori si sono impegnati a fondo nel promuovere la loro opera, tutti sanno bene infatti, quanti soldi girino qui. Arte Fiera diventa sempre più grande ogni anno grazie infatti soprattutto al mercato delle opere. Milioni di euro passano da qui, fluiscono dalle mani di importanti e oculati investitori che sanno dove andare a colpire: investire i proprio soldi in qualcosa che sperano sia lontano dalla crisi e impossibile da svalutare. Nonostante le loro speranze comunque, la forte crisi economica non ha risparmiato nemmeno il settore dell’Arte Moderna, che spera nel prossimo anno di rilanciare la propria fama.
Tutti ad Arte Fiera si sono dati da fare per questo fine, dalle lunghe capigliature sparate verso l’alto ai vestiti da clown tutti si sono concentrati nell’attirare l’attenzione verso il proprio padiglione. Anche se questo a volte trasforma la fiera in una sottospecie del manicomio dell’Esercito delle 12 scimmie, lo spettacolo, per chi sa bene guardare, è assicurato.
Le persone ad Arte Fiera 2010 sono infatti parte stessa dell’evento fieristico. La loro presenza non può passare inosservata, non semplici spettatori o espositori, ma veri attori protagonisti della fiera. La concentrazione di baschi ad esempio (cappelli, non persone di provenienza basca) è altissima, il solo indumento sembra contraddistinguere il fatto di essere interessato all’arte o di fare parte dell’arte. Alcuni hanno addirittura spinto a tal punto il loro vestito da essere quasi più interessanti loro di alcune opere appese ai muri.
In tutti i suoi aspetti Arte Fiera resta così uno dei più interessanti eventi dell’inverso bolognese, la serie di iniziative ad essa correlate, l’intera città in festa piena di artisti più o meno dotati, rende la rassegna degna di essere vista da chiunque. Il piacere della vista è assicurato, reso possibile da tutto ciò che di meglio si è prodotto nell’ultimo anno.
Barca Films – Il montaggio è ritmo
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
Filed under General, Visual
Il ritmo è una cadenza, un’andatura, una pulsazione. E’ il suono di un tamburo lontano, quasi impercettibile, che guida la nostra azione imprimendogli una “misura”, una maggiore o minore allegria, un maggiore o minore controllo. Il ritmo è una ripetizione ostinata, una vibrazione che sentiamo nella pelle e nelle ossa più di quanto non la si possa ascoltare con le orecchie. Il ritmo è un flusso ininterrotto, un’energia nascosta che sostiene ciò che è visibile.
Il ritmo è ordine e simmetria. Il ritmo però può essere sincopato: può interrompersi in una improvvisa impuntatura, per poi distendersi nuovamente nella sua continuità. Il ritmo è musica. La BARCA FILMS è un’azienda che si occupa di produzioni video a 360 gradi. Non siamo specializzati in nessun settore in particolare. Diffidiamo delle “specializzazioni”, fanno troppo rima con: “faccio sempre la stessa cosa e mi standardizzo nella forma e nello stile”. Siamo nati con la rivoluzione digitale, e del digitale in tutte le sue forme e straordinari e repentini mutamenti facciamo la nostra filosofia. Offriamo al cliente un prodotto tecnicamente di qualità come tanti altri produttori video probabilmente riescono a fornire, ma è nell’idea vincente che cerchiamo sempre di giocare il nostro jolly.
Non rincorriamo tecniche innovative od effetti speciali all’ultimo grido, ma cerchiamo di comunicare il messaggio in modo spesso sottile ma affilato. Vogliamo che i nostri filmati vengano apprezzati alla prima visione, ma ci concentriamo oltremodo nelle visioni successive quando lo spettatore lentamente comincia ad apprezzare piccoli ma decisivi particolari …la perfetta alleanza fra i sensi della vista e dell’udito…” che lo fanno innamorare. Crediamo ciecamente nella rete come mezzo insostituibile per lanciare messaggi al mondo, per comunicare al quel mondo che attraverso un computer socializza, si forma e si informa, viaggia, compra e vende.
A questo proposito siamo sempre alla ricerca di nuove opportunità di distribuzione dei nostri filmati, per conto dei nostri clienti, cavalcando il rapido invecchiamento dei nuovi sistemi. Crediamo nella perfetta alleanza fra i sensi della vista e dell’udito per mandare segnali perfettamente bilanciati al cervello. Crediamo nella capacità di emozionare, perchè le emozioni solo la sola cosa che rimane. Crediamo nel montaggio come mezzo per ottenere tutto questo. Conosciamo i nostri limiti, ma non ci crediamo.
GIOVANNI FRENDA – Comunicare on line
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
Filed under General, Publishing
C’era una volta un bel paese. Quando uscivi da casa la gente ti salutava, ti chiedeva come stavi o come stavano i tuoi figli.
La sera, invece di guardare la televisione, tutti preferivano uscire per incontrarsi in piazza. Una bella piazza con un albero secolare nel centro. Lì si parlava e sparlava, si rideva, nascevano amicizie e amori, si litigava anche, ma la cosa bella, era che non ti sentivi mai solo! Quando ti sedevi sulle panchine del parco c’era sempre qualcuno che si sedeva a chiacchierare li con te. Oggi in quella piazza non ci sono più i bimbi che corrono, i ragazzi che si conoscono e che s’innamorano, le persone anziane che si fanno compagnia e che giocano a carte.
Oggi quella piazza non è più pedonale, ma ci sono tante auto parcheggiate ad occuparla. L’albero è stato abbattuto per far posto ad una rotonda. Le madri non mandano più i ragazzini nella piazza, considerata pericolosa: troppe auto e troppe persone che non si conoscono. Anche i giovani non si incontrano più nella piazza e gli anziani preferiscono passare le giornate in casa, guardando e sognando di vivere le cose che la tv gli fa vedere.
Ho iniziato questo mio intervento con questa storia molto semplice per raccontare il bisogno degli uomini di socializzare, il bisogno di condividere le proprie esperienze, di conoscere e di scambiarsi informazioni, di parlare, di ridere, di piangere, in certi casi, sulla spalla di un amico. Molti amministratori pubblici, di molti paesi, sanno che c’è bisogno di luoghi dove socializzare. In Italia invece generalmente questo non è considerata una priorità nelle scelte politiche che riguardano il territorio.
Forse, in modo molto semplicistico, uno dei motivi del successo di molti social network è dato da questa necessità e dalla difficoltà di socializzare in modo reale.
Molti hanno imparato che ci si può incontrare anche senza avere una piazza fisica, hanno incominciato a capire e a conoscere che ci sono tantissime persone che avevano i loro stessi desideri, le loro stesse aspettative, che avevano il loro stesso bisogno di conoscersi, di parlarsi, di sentirsi parte di un gruppo, di una comunità e sono nate così le chat. Per anni tante persone si sono conosciute, si sono scritte, hanno condiviso i loro problemi, le loro passioni alcune si sono poi anche incontrate e magari sposate.
Mancava in questo caso però il senso di comunità, il senso di appartenenza, la condivisione di una passione ed ecco nascere delle vere e proprie comunità, spesso tematiche, dove la gente si incontrava per parlare delle proprie passioni, per condividerle, per conoscersi, per confrontarsi.
Piano piano sono nati tantissimi blog, dove ognuno ha la facoltà di esprimersi e di dare il proprio contributo, dibattiti sui libri, e recensioni degli stessi, commenti e discussioni.
A breve nascerà un altro social network che sarà on line nel giro di pochi giorni www.wiaggi.it Si tratta di un social network sui viaggi attraverso il quale ognuno potrà costruire il proprio viaggio posizionando su una cartina il proprio itinerario. Gli altri utenti potranno suggerire mete alternative, punti d’interesse, hotel, ristoranti , musei, discoteche, pub.Nei viaggi è molto importante l’esperienza di chi ha appena fatto lo stesso percorso e anche qui il senso di appartenenza, il piacere di condividere la propria esperienza, sarà la molla per cercare il successo di Wiaggi.
Ogni giorno nascono nuovi strumenti di comunicazione, e ognuno di essi con una propria peculiarità. Ne potrei fare un elenco infinito. Sarebbe bello tracciare un profilo delle persone che attivamente partecipano ai social network. Il bisogno principale è quello di comunicare in modo attivo, il piacere di essere al centro dell’attenzione, di non essere passivo come accade davanti alla televisione, di contribuire con la propria esperienza, con le proprie competenze, ma anche per il piacere di condividere la propria quotidianità, le proprie peculiarità, i propri successi.
Un valore importante è anche quello di sentirsi all’interno di una comunità, apprezzato e valorizzato, il bisogno sentirsi parte di un gruppo, di sentirsi accettato e valorizzato. Insomma, è un po’ un ritorno alla piazza, nel centro del paese, dove non ti sentivi mai solo dove in qualsiasi ora del giorno potevi parlare, confrontarti, scherzare, ridere o piangere, in compagnia di un amico.
Upstairs, Downstairs & Outside – Damiani Editore
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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fotografie di Jenny Gage e Tom Betterton.
Coppia nella vita privata e nel lavoro, grazie al loro stile inconfondibile e raffinato Jenny Gage e Tom Betterton si sono affermati negli ultimi anni come fotografi di moda, lavorando per le principali riviste del settore. In questo volume dalla grafica accuratissima si confrontano con un progetto personale: una ricerca sul nudo femminile che ha per protagoniste tre bellissime modelle, ritratte in diversi spazi della casa dei due artisti a Brooklyn, in un’atmosfera di soffuso erotismo.
Post Tsunami Art – Damiani Editore
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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Malesia, Indonesia, Filippine: i diciotto artisti presentati nel volume “Post Tsunami Art” (pubblicato in occasione dell’omonima mostra alla galleria Primo Marella di Milano la scorsa primavera) provengono da un’area, il Sud est asiatico, ancora poco esplorata dal mercato internazionale dell’arte contemporanea, ma ricca di interessanti sorprese. Gli artisti selezionati dalla curatrice Eleonora Battiston, con la collaborazione di critici e curatori locali, sono molto diversi fra loro per stile, linguaggio e riferimenti culturali: la pittura è decisamente prevalente, ma dalla fotografia all’installazione, passando per la scultura e la performance, quasi ogni medium artistico è rappresentato dalle oltre 150 opere raccolte nel volume. Ognuna delle tre sezioni in cui è suddiviso il libro è introdotta da un testo critico: Simon Soon presenta l’artista malese Yee I-Lann (sua l’opera in copertina), Rifky Effendy, curatore e creatore della prima Biennale di Bandung, introduce gli artisti indonesiani (Entang Wiharso, Agus Suwage, Haris Purnomo, Wayan Suja, Gede Mahendra Yasa, Ketut Moniarta, R. E Hartanto, Davy Linggar), il critico Ronaldo Achacoso quelli filippini (Ronald Ventura, Yasmin Sison, Geraldine Javier, Nona Garcia, Annie Cabigting, Wire Tuazon, Alfredo Esquillo, Lyra Garcellano, Emmanuel Santos). Di ciascun artista è poi riportata una breve biografia che ne contestualizza l’opera nel panorama politico e culturale del Paese di provenienza. Aprono il volume la prefazione di Primo Marella e un’introduzione di Eleonora Battiston.
POST TSUNAMI ART
A cura di Eleonora Battiston
Testi di
Ronaldo Achacoso, Eleonora Battiston, Rifky Effendy, Primo Marella, Simon Soon
Damiani editore
Contemporary African Art since 1980 – Damiani Editore
aprile 6, 2010 by Aelle Robbiani
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Gli anni Ottanta hanno segnato per i Paesi africani l’epoca della disillusione e della definitiva caduta delle utopie postcoloniali. Contemporary African Art parte da qui per tracciare un percorso che, arrivando fino ad oggi, individua nell’opera di oltre 200 artisti africani, pur diversissimi tra loro per stile, nazionalità, riferimenti culturali e mezzi espressivi utilizzati, un riferimento costante alla complessità politica e sociale del continente di origine, ormai inserito a pieno titolo nella rete ambivalente della globalizzazione. Il volume si divide in quattro parti: nella prima, teorica, viene definito in sette capitoli il concetto stesso di arte contemporanea africana, vengono analizzati i temi affrontati dagli artisti africani, nonché le principali tappe dell’affermazione di alcuni di essi sulla scena internazionale, a partire dalla celebre mostra “Les Magiciens de la Terre” al Centre Pompidou. La seconda parte, iconografica, a sua volta divisa in decenni (gli anni Ottanta, i Novanta e i Duemila), presenta le opere di oltre 200 artisti, molti dei quali già ampiamente celebrati dalle varie Biennali (tra gli altri, Ghada Amer, Yinka Shonibare, Willam Kentridge, Georges Adgéabo, Samuel Fosso, Chéri Samba, Marlene Dumas, Jane Alexander, Barthélemy Toguo).
Chiudono il volume una preziosa appendice in cui vengono spiegate più ampiamente alcune delle voci che ricorrono nella prima parte e un accurato apparato bibliografico ed analitico.
Okwui Enwezor, critico e curatore, è stato Dean of Academic Affairs al San Francisco Art Institute. Fondatore e direttore di Nka: Journal of Contemporary African Art, è attualmente curatore aggiunto all’International Centre of Photography di New York. Ha curato mostre negli Stati Uniti e in Europa, e ha diretto la seconda Biennale di Johannesburg (1997), Documenta 11 (2002) e la 7 Biennale di Gwangju (2008). Per la sua attività curatoriale e saggistica ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Frank Jewett Mather Award, il Peter Norton Curatorial Award e il Bard College Award.
Chika Okeke-Agulu è artista, storico dell’arte e curatore. E’ Assistant Professor di Storia dell’Arte all’Università di Princeton. Scrive regolarmente su Nka: Journal of Contemporary African Art e suoi saggi sono stati pubblicati in diverse riviste e volumi collettivi. Nel 1995 ha curato la sezione nigeriana della prima Biennale di Johannesburg, in seguito è stato co-curatore di diverse mostre di arte africana contemporanea e della quinta Biennale di Gwangju (2004). Ha collaborato a Documenta 11 in qualità di consulente accademico e coordinatore di Platform 4, uno dei simposi teorici che hanno preceduto l’esposizione. Come artista, ha esposto in oltre 35 mostre collettive e personali.
Contemporary African Art since 1980
Georges Adeagbo, Tayo Adenaike, Ghada Amer, Olu Amoda, Kader Attia, Luis Basto, Barry Bickle, Andries Botha, Candice Breitz, Claudia Cristovao
Autori: Okwui Enwezor e Chika Okeke-Agulu
Damiani Editore






